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Beatrice Menozzi Beatrice Menozzi

“Dipingere è amare ancora”: parole tanto vere quanto uscite, paradossalmente, dalla penna di uno scrittore dal genio maledetto, Henry Miller, non dalle trepidi confessioni di un pittore. Parole che calzano “a pennello” anche per descrivere il rapporto esclusivo che Francesco Fontanesi, uomo di garbo signorile, artista di vibranti emozioni, intrattiene da anno con la pittura. Un corteggiamento, un avvicinamento progressivo all’arte, fatto con piglio di galantuomo d’altri tempi, però serrato, totalizzante. Tant’è vero che la pittura, alla fine, si è arresa, regalandogli e regalandoci, nella resa dei quadri, un incantato mistero di composizione e colore.
Il tutto prestato, nell’attuale repertorio, a valorizzare un genere che negli anni passati sembrava per sempre tramontato, sta invece vivendo una fervida stagione di riscoperta: il paesaggio. Il suo non è stato, come si diceva, un traguardo immediato e regalato.

Se “ispirazione” significa, come scriveva un poeta, “lavorare tutti i giorni”, Francesco Fontanesi, per arrivare ai risultati di oggi, ha lavorato forse anche di notte. Partito come autodidatta, la prima meta, quella che negli anni gli ha regalato le vittorie più belle, è stata la scultura, in ceramica, terracotta e bronzo, non la pittura. Nella vitalità trattenuta dei suoi animali plasmati, negli Arlecchino dai colori sussurranti, mai gridati, nei soggetti sacri in bassorilievo, di una dolcezza che non sa di stereotipo ma di umanità, c’è tutta la felicità di una mano che ha trovato il suo naturale prolungamento nella creta e nella materia.
La mano affidata al pennello ha invece faticato un poco ad affermarsi, forse perché, da sempre, il pennello è un canale indispensabile tra l’energia dell’uomo e la cecità della superficie bianca, ma è anche un di più rispetto a questa, un male necessario. Eppure nella freschezza visiva dei paesaggi di oggi non si avverte che la gestazione, dietro le quinte della tela, è stata così faticata, la perfezione così inseguita: sembrano nati come sono. Non si tratta di paesaggio inteso come “veduta”: a Fontanesi non interessa sporgersi da un belvedere di montagna per abbracciare romanticamente l’infinito, o l’idillio; gli basta la finestra di casa, angolo privilegiato dalla cui rassicurante immobilità egli si affaccia per immergersi con gli occhi e con la fantasia nel brulicare di una vita che è spesso cittadina, costellata di uomini e caffè in equilibrio dinamico, ogni tanto è campestre, sospesa tra il silenzio dell’uomo ed i vocianti colori della natura.
La sua non vuole essere e non è una resa realistica delle cose, colta da pennellate impressioniste, da un percezione istantanea, en plein air: la gamma fauve-espressionista della tavolozza, sempre giocata in chiave di armonia, mai di cortocircuito visivo, e la struttura cubista dell’impaginazione, di un cubismo orfico però, cioè prestato a far cantare il colore e la vita nella froma plastica, non lo scheletro geometrico delle cose, sono tutte poste al servizio della trasfigurazione lirica, e non del vero fotografico. Senza perdere di vista la figura, che resta il punto di partenza e anche di approdo, alla cui fedeltà concorre l’inserzione sulla tela di una serie di elementi aneddotici, che Fontanesi espropria al repertorio new-data e pop, elaborandoli con elegante tonalismo: sono collages, papier collès, sigle e lettere tipografiche strappate da rotocalchi e reclames, manipolate sub specie pittorica e trasformate in carattere non applicato, ma catturato dal quadro. L’uomo non entra mai in scena da protagonista, ma da umile comparsa, investito e quasi travolto da un trionfo di colore che sembra sempre prossimo a rompere gli argini, resta invece miracolosamente in equilibrio dentro la forma.

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