Biografia

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Nato a Reggio Emilia (RE) il 18/11/1930. Laureato in Scienze Naturali e in Farmacia.

Proviene da studi scientifici, pur avendo sempre coltivato interessi per il mondo dell’arte, sin dai tempi del liceo.

La sua esperienza nel campo della pittura si è avvalsa della guida del critico d’arte Prof. Lando Orlich. Inizialmente orientato verso l’espressionismo e l’arte Fauves, sviluppata con un impasto materico di colori stesi, talora con la spatola o direttamente coi tubetti, si è via via interessato a forme d’arte più moderne quali cubismo, forme di espressionismo astratto e arte informale.

Questo ultimo percorso lo ha visto utilizzare nelle sue opere anche materiali eterogenei alla pittura tradizionale, quali collages e oggetti applicati direttamente alla tela.  Attenzione non minore è stata dedicata alla scultura, specialmente nel campo delle ceramiche con temi specialmente religiosi.

Su fontanesi …

Perché acquistare , o anche solo osservare una pittura astratta se non si riferisce a nulla di concreto, di reale, di riconoscibile; perché soffermarsi

E’ quanto chiedeva un visitatore col quale mi sono trovato a percorrere lo stupendo tragitto museale della Collezione Maramotti di Reggio Emilia che, come  è noto, raccoglie opere dei più svariati movimenti ed artisti dal secondo dopoguerra ad oggi.

Chi cercasse di riconoscere qualche oggetto o scorcio o realtà resterà deluso come quell’annoiato visitatore.

E allora perché una corrente pittorica, l’astrattismo appunto, vive da circa vent’anni (il primo acquerello astratto di V. Kandinskij risale infatti al 1910) , ancora prosegue ed attira a sé, quasi ad un punto di approdo . artisti dalle più diverse formazioni?

Nessun pittore nasce astrattista; prima infatti di pervenire a sintesi così estreme come quelle di rappresentare la vita senza cose, bisogna essersi ben macerati nella realtà e nella tecnica pittorica. Così è stato per il caposcuola che arriva all’astrattismo dopo tanta pittura fortemente cromatica, passionale , violenta a tratti di un espressionismo che tende alla riduzione delle forme  nei loro dettagli. Si tratta per lui di una rivoluzione o , meglio, di una conversione.

 A ciò Kandinskij fu spinto da rapporti con l’ambiente dell’avanguardia di Monaco che frequentò (Franz Marc e la Blau Reiter) e che lo portò per sempre all’abbandono della materia e della figurazione per addivenire alla conquista di un essenza che lui stesso chiamerà “spiritualità dell’arte”.

I temi trattati nelle sue opere riducono l’alfabeto pittorico a pochissime lettere “fino a semplici tratti, linee o punti, uniti dalla contrapposizione di colori puri”( cit. Federico Zeri in Abecedario Pittorico).

Percorso arduo, ambizioso, difficile, solitario, che il nostro Francesco Fontanesi ha percorso e sta percorrendo. E già lo possiamo ammirare in una sua fase matura.

L’autore però non è pervenuto ai risultati attuali per conversioni o frequentazioni particolari ma per una sua intima necessità espressiva.

Non è quindi la sua una resa, come era possibile accadesse, alla stanchezza della minuta descrizione dei particolari ( chi non ricorda di lui gli splendidi carrozzoni circensi degli inizi o la forza di un turgido melograno spaccato o la delicatezza di figure femminili in interno).

Né può essere la ricerca di un facile mercato.  Al contrario cambiando maniera si diventa irriconoscibili e c’è da ricominciare tutto da capo.

 Ed è proprio questo il tema centrale: rileggere il tuo mondo e ricominciare ogni giorno di nuovo a conoscerlo, reinventarlo, possederlo e  restituirlo in segni e colori a quelli che intendano percorrere dentro di loro questa vi di rinnovamento e di ricerca.

E siamo così arrivati a rispondere alla domanda iniziale: perché soffermarsi?

Per rinnovarsi , per eliminare il dettaglio, le sovrastrutture, per alleggerire il cammino dai faticosi ed ormai inutili particolari e ridursi così all’essenziale.

Questa quindi è pittura per giovani di tutte le età che siano disposti non solo a guardare, ma anche ad amare il quadro, a consentire che i segno ed il colore ti penetrino e ti aiutino a ricordare, a ricostruire, a saper cogliere nel volgere sgangherato e rumoroso della quotidianità ciò che  è irrinunciabilmente tuo e che non puoi perdere, a pena di perdere te stesso.

Quanto è delicato, difficile, pieno di responsabilità quindi il lavoro del pittore e dell’astrattista in specie: egli deve essere capace con  la sua tecnica , la sua struttura, la sua esperienza, la sua non casualità di indurre gli astanti a riflettere su se stessi, a prendere tempo , a riconoscersi.

Solo nella maturità di un artista questo diventa possibile.

materia , luce  e colore sono gli ingredienti dell’arte di Fontanesi,usati senza parsimonia, con generosità, ma senza distrazione e sperpero. E, nell’impasto della materia e del colore, la luce all’interno di quel magma, gioca un’originale funzione ri – equilibratrice e di assestamento tonale…(A.Gianolio)

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.. un unico soffio e un’unica luce attraversano i ritratti, le scene.. le nature immaginate..(S.Givone)

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..nei quadri di fontanesi c’è temperamento , vitalità, gusto. E’ un pittore estroso ed istintivo, dotato di tanto equilibrio…Nuòlla di rigido, nulla di schematico, ma mobilità stilistica ed inventiva.. (Alessandro Forti)

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Si vanno ormai decantando il tumulto del colore e il groviglio delle forme che avevano segnato l’esordio di Francesco Fontanesi come pittore. C’era, dietro quell’enfasi espressionista, un’urgenza, una necessità vera di dire, di esprimersi, come se il desiderio della pittura fosse stato, dentro di lui, troppo a lungo compresso e sviato.

Non gli concede, tuttavia, tregua quella passione. Quell’esasperazione e quell’ansia delle forme paiono ancora segnare, almeno in parte, le figure-anche gli sfondi quasi oppressivi di un tempo hanno lasciato il posto al vuoto, con la superficie bianca della tela navigata da un puro segno sinuoso (l’amore del pittore per Matisse è evidente) -, o essersi trasferite nelle sculture in terracotta, talvolta colorate, cui Fontanesi ha cominciato a lavorare alcuni anni fa.

Nella pittura invece, quell’oscura tensione si è allontanata e sono venuti emergendo interni, che si aprono sul paesaggio, abitati dalla solitudine, o da muti reperti del passato, e , soprattutto, vedute di città. La linea aggrovigliata ha ceduto il passo alle esigenze della geometria, con quella scomposizione e quell’addensarsi delle forme dei piani introdotti dal cubismo. L’introduzione del collage (carte colorate, frammenti di giornale con scritte) e la scelta di toni meno accesi determinano una visione meno concitata. L’occhi, non più stordito e oppresso dall’irruenza e dalla forza del colore, più a lungo si posa sulla superficie dell’opera, inseguendo il disegno della matita che qua e là affiora, e le rime scandite dai tetti, dalle finestre, dalle facciate, dalle torri e dai campanili svettanti sulle nostre città emiliane. Sembra che Fontanesi le veda come un corpo raccolto su se stesso, coeso, ordinato nel disordine di una crescita spontanea ma sempre legata a condivise radici comuni: la memoria di una città antica che ritorna, che non muore.  

Sandro Parmiggiani  (Curatore esposizioni  Palazzo Magnani, RE)

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“Dipingere è amare ancora”: parole tanto vere quanto uscite, paradossalmente, dalla penna di uno scrittore dal genio maledetto, Henry Miller, non dalle trepidi confessioni di un pittore. Parole che calzano “a pennello” anche per descrivere il rapporto esclusivo che Francesco Fontanesi, uomo di garbo signorile, artista di vibranti emozioni, intrattiene da anno con la pittura. Un corteggiamento, un avvicinamento progressivo all’arte, fatto con piglio di galantuomo d’altri tempi, però serrato, totalizzante. Tant’è vero che la pittura, alla fine, si è arresa, regalandogli e regalandoci, nella resa dei quadri, un incantato mistero di composizione e colore. Il tutto prestato, nell’attuale repertorio, a valorizzare un genere che negli anni passati sembrava per sempre tramontato, sta invece vivendo una fervida stagione di riscoperta: il paesaggio. Il suo non è stato, come si diceva, un traguardo immediato e regalato. Se “ispirazione” significa, come scriveva un poeta, “lavorare tutti i giorni”, Francesco Fontanesi, per arrivare ai risultati di oggi, ha lavorato forse anche di notte. Partito come autodidatta, la prima meta, quella che negli anni gli ha regalato le vittorie più belle, è stata la scultura, in ceramica, terracotta e bronzo, non la pittura. Nella vitalità trattenuta dei suoi animali plasmati, negli Arlecchino dai colori sussurranti, mai gridati, nei soggetti sacri in bassorilievo, di una dolcezza che non sa di stereotipo ma di umanità, c’è tutta la felicità di una mano che ha trovato il suo naturale prolungamento nella creta e nella materia. La mano affidata al pennello ha invece faticato un poco ad affermarsi, forse perché, da sempre, il pennello è un canale indispensabile tra l’energia dell’uomo e la cecità della superficie bianca, ma è anche un di più rispetto a questa, un male necessario. Eppure nella freschezza visiva dei paesaggi di oggi non si avverte che la gestazione, dietro le quinte della tela, è stata così faticata, la perfezione così inseguita: sembrano nati come sono. Non si tratta di paesaggio inteso come “veduta”: a Fontanesi non interessa sporgersi da un belvedere di montagna per abbracciare romanticamente l’infinito, o l’idillio; gli basta la finestra di casa, angolo privilegiato dalla cui rassicurante immobilità egli si affaccia per immergersi con gli occhi e con la fantasia nel brulicare di una vita che è spesso cittadina, costellata di uomini e caffè in equilibrio dinamico, ogni tanto è campestre, sospesa tra il silenzio dell’uomo ed i vocianti colori della natura. La sua non vuole essere e non è una resa realistica delle cose, colta da pennellate impressioniste, da un percezione istantanea, en plein air: la gamma fauve-espressionista della tavolozza, sempre giocata in chiave di armonia, mai di cortocircuito visivo, e la struttura cubista dell’impaginazione, di un cubismo orfico però, cioè prestato a far cantare il colore e la vita nella froma plastica, non lo scheletro geometrico delle cose, sono tutte poste al servizio della trasfigurazione lirica, e non del vero fotografico. Senza perdere di vista la figura, che resta il punto di partenza e anche di approdo, alla cui fedeltà concorre l’inserzione sulla tela di una serie di elementi aneddotici, che Fontanesi espropria al repertorio new-data e  pop, elaborandoli con elegante tonalismo: sono collages, papier collès, sigle e lettere tipografiche strappate da rotocalchi e reclames, manipolate sub specie pittorica e trasformate in carattere non applicato, ma catturato dal quadro. L’uomo non entra mai in scena da protagonista, ma da umile comparsa, investito e quasi travolto da un trionfo di colore che sembra sempre prossimo a rompere gli argini, resta invece miracolosamente in equilibrio dentro la forma.Beatrice Menozzi

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Questa quindi è pittura per giovani di tutte le età che siano disposti non solo a guardare, ma anche ad amare il quadro, a consentire che i segno ed il colore ti penetrino e ti aiutino a ricordare, a ricostruire, a saper cogliere nel volgere sgangherato e rumoroso della quotidianità ciò che  è irrinunciabilmente tuo e che non puoi perdere, a pena di perdere te stesso.

Quanto è delicato, difficile, pieno di responsabilità quindi il lavoro del pittore e dell’astrattista in specie: egli deve essere capace con  la sua tecnica , la sua struttura, la sua esperienza, la sua non casualità di indurre gli astanti a riflettere su se stessi, a prendere tempo , a riconoscersi.

Solo nella maturità di un artista questo diventa possibile. 

(Guido Bennati)